Tanti dubbi sul vaccino da meningococco Dal libro Bambini Supervaccinati

La sola parola-meningite-incute paura. Non c’è genitore che, dopo la notizia dell’ennesimo caso, prontamente riportato dai giornali, non si sia chiesto come sia possibile che ancora oggi si muoia di meningite, e come si faccia ad evitare questa malattia così terribile. L’informazione per i genitori, giustamente preoccupati, è affidata solo ai mezzi di informazione, e si muove sull’onda delle emozioni.

In realtà non esiste un vaccino contro la meningite. La meningite è un’infiammazione delle membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale (le meningi). La malattia generalmente è di origine infettiva, può essere causata da virus, da batteri o da funghi[1].

 

La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune, solitamente non ha conseguenze gravi e si risolve nell’arco di una decina di giorni.

La forma batterica è più rara ma più importante clinicamente. Negli individui sani l’80% dei casi di meningite batterica è provocato da tre agenti patogeni: l’Haemophilus influenzae di tipo b (emofilo), lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e la Neisseria meningitidis (meningococco). Dove la tubercolosi è ancora diffusa, il suo agente patogeno, il Mycobacterium tubercolosis, è ancora una temutissima causa di meningiti. Ma qualsiasi batterio può provocarla, da quelli che in genere causano una banale cistite, come l’Escherichia Coli, a quelli che provocano diarrea, come le Salmonelle. Anche la Listeria monocytogenes, un batterio ubiquitario che può contaminare gli esseri umani attraverso il cibo provocando la listeriosi.

Esistono poi altre forme, più rare. La meningite cronica, ad esempio, è data da microorganismi che si riproducono molto più lentamente nell’organismo umano. I sintomi sono gli stessi di quella acuta, ma si sviluppano nell’arco di tre-quattro settimane. La meningite di origine fungina si manifesta invece su persone che presentano deficit immunitario, come per esempio i malati di Aids. Infine, la meningite può derivare anche da forme allergiche, da qualche tipo di cancro e da malattie infiammatorie come ad esempio il lupus eritematoso sistemico.

Sintomi e diagnosi
I primi sintomi della meningite possono facilmente essere confusi con quelli di una qualsiasi malattia acuta. Solitamente peggiorano nell’arco di un paio di giorni, ma in qualche caso il decorso della malattia è estremamente rapido, con il rischio di un grave danno cerebrale o di morte.
La malattia classicamente si manifesta con:

  • irrigidimento del collo
  • febbre alta
  • mal di testa acuto
  • vomito o nausea
  • senso di confusione
  • sonnolenza
  • convulsioni
  • fotosensibilità

Nei neonati alcuni di questi sintomi non sono molto evidenti. Può esserci una spiccata irritabilità, con pianto, ipersensibilità agli stimoli esterni e sonnolenza al di sopra della norma. A volte si nota la estroflessione della fontanella cranica, che assuma un aspetto bombato.
L’infiammazione provoca un accumulo di cellule infiammatorie nel liquor cerebrospinale, con un aumento della pressione all’interno del canale spinale e della scatola cranica. La diagnosi si effettua con un’analisi del contenuto del liquor cefalo-rachidiano (il liquido in cui è immerso il cervello ed il midollo) tramite la puntura lombare e con una coltura batterica. Un intervento tempestivo può costituire l’unica possibilità per salvare la persona malata.
Nei paesi ad alto reddito e a clima temperato il numero di casi di meningite è piuttosto sporadico e non dà frequentemente luogo a importanti focolai epidemici. Secondo i CdC americani l’incidenza della meningite nel mondo è di 0,5-5 casi per 100 mila persone[2]. Dagli anni ’80 esiste nel nostro paese un sistema di notifica obbligatorio e un sistema di sorveglianza speciale avviato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) all’interno del quale sono raccolti i dati sulla presentazione clinica della malattia invasiva da N. meningitidis e sull’agente identificato.

Neisseria meningitidis (meningococco): è un ospite frequente delle prime vie respiratorie. Esiste un consistente numero di soggetti nella popolazione che presenta questo batterio nel rinofaringe. Dal 2 al 30% dei bambini sani, in periodo non epidemico sono portatori asintomatici, e questa presenza non è correlata a un aumentato rischio di meningite o altre malattie gravi. In periodo epidemico la frequenza può aumentare ancora. In confronto ai portatori sani, il numero di casi di malattia è molto piccolo, e non sono noti i fattori che scatenano la malattia conclamata. Sono stati identificati 13 diversi sierogruppi, ma sono 5 (denominati A, B, C, W135 e Y) quelli che causano meningite e altre malattie invasive gravi; i sierogruppi B e il C sono i più frequenti in Europa. Il contagio avviene solo per via aerea interumana, attraverso le goccioline di saliva o muco.

Il microrganismo non infetta altri animali e presenta una scarsa resistenza in ambiente esterno (circa 3 ore). I pazienti sono infettivi per circa 24 ore dall’inizio della terapia, con un periodo di incubazione di 1-10 giorni. Le fasce d’età più colpite in Italia sono quelle 0-1 e 15-24 anni. La malattia si presenta con significativi episodi epidemici solo in alcune aree del mondo, tra cui l’Africa sub-sahariana (la cosiddetta meningitis belt, la cintura della meningite), alcuni paesi dell’America del Sud, del Medio Oriente e dell’Asia (Cina e India incluse). Nelle altre zone del mondo la malattia si presenta con casi sporadici, con limitati cluster (gruppi, piccoli focolai) epidemici: questo pare dovuto alla bassa virulenza dei ceppi batterici circolanti. Sebbene ci siano dei fattori favorenti (giovane età, clima freddo, immunosoppressione e patologie concomitanti delle vie aeree, fumo), ancora non si capisce in dettaglio il meccanismo per cui una persona si ammala, ed un’altra rimane portatore sano.

Anche nel caso di cluster epidemici in comunità circoscritte (caserme, scuole), in cui tutti sono infetti, solo una minima percentuale dei soggetti sviluppa la malattia (attorno all’1%).

I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore, solitamente dopo 24-48 ore dalla comparsa dei primi sintomi. Il 10-20% dei soggetti che guariscono dalla malattia presentano sequele permanenti: danni cerebrali, problemi di apprendimento e/o sordità più o meno gravi. Una forma più severa di patologia meningococcica è la “setticemia” (infezione diffusa e prolungata del sangue). Questa può essere associata alla forma comune di meningite ed è caratterizzata dalla comparsa di petecchie purpuree di forma irregolare, emorragiche, con diametro fino a 15 millimetri, distribuite in massima parte sul tronco e sulla parte prossimale degli arti (porpora meningococcica). La letalità della malattia si alza al 20% (con punte del 50%).

L’incidenza dei casi da meningococco riportata in Italia è inferiore rispetto al resto dell’Europa  (3-6 casi ogni 1.000.000 di abitanti rispetto alla media europea di 14,5 casi ogni 1.000.000 di abitanti). Nei bambini con meno di 2 anni di età, sono stati registrati negli anni 2003-2005 50 casi in media per anno (4,6 per 100.000). Più di un terzo di questi casi è causata dal meningococco di gruppo C (incidenza: 1,6/100.000) . Sarebbe importante disporre anche di dati regionali e locali, ma questo avviene solo per zone limitate del Paese . Negli anni 2000-2004, l’età media dei casi di meningite da meningococco è stata di 20 anni.

Cosa è successo in Veneto nel 2007 ?

In provincia di Treviso tra il 13 e il 15 dicembre 2007 si sono verificati sette casi di meningite in persone di età compresa tra i 15 ed i 33 anni. In 6 casi il responsabile è stato il meningococco C. I decessi sono stati 3: un ragazzo di 15 anni di origine greca, un senegalese e un’italiana entrambi trentenni. L’indagine epidemiologica ha permesso di evidenziare come tutti i soggetti coinvolti avessero frequentato, tra l’8 e il 9 dicembre 2007, alcuni locali da ballo della Provincia . Dopo il focolaio trevigiano si sono verificati altri casi letali: il 5 gennaio 2008 muore un diciannovenne milanese; il 7 gennaio, a Rieti, un bimbo di 18 mesi; il 20 gennaio, a Lucca, una bimba rumena di 6 mesi. Altri due casi non letali sono stati identificati a Padova e a Mestre nel gennaio 2008.

Dalle pagine di tutti i giornali scatta l’allarme meningite. Si afferma che il vaccino è l’unico ed indispensabile strumento di prevenzione. Che deve essere offerta gratuitamente a tutti i bambini.

I giornali e le televisioni non sottolineano il dato reale, cioè che nel 2007 i casi totali di meningite sono all’incirca la metà di quelli del 2005, e che nel 2006 e 2007 le infezioni da meningococco sono in regresso, in controtendenza rispetto all’aumento degli anni passati, ma enfatizzano una malattia che è sempre presente nel periodo invernale. Si sono avuti quindi in totale otto casi di meningite meningococcica accertati nel dicembre 2007 su 14 casi di meningite notificati in Veneto. L’incidenza annuale regionale è risultata di 0,3 casi ogni 100 mila abitanti. Si è trattato di un limitato focolaio epidemico che non ha modificato la situazione epidemiologica italiana, caratterizzata da una incidenza nella popolazione generale tra le più basse di Europa . Al di là del dolore per le morti dei malati, il dato di rischio per la popolazione, anche in questa epidemia, è stato molto modesto: l’incidenza è in realtà bassa, dato che sono definite rare le malattie con una frequenza di due casi ogni 100mila.

“Possiamo ritenere che nel caso del Veneto l’epidemia sia stata fortemente amplificata dai media e, forse, dalle case farmaceutiche che volevano cogliere l’occasione per incrementare le vendite del vaccino. È impossibile valutare se e quanti casi siano stati evitati dalla chemioprofilassi con gli antibiotici o dalla vaccinazione antimeningococco C, la quale presenta un periodo finestra di 10-14 giorni in cui comunque non si è protetti. Pertanto non possiamo dire con certezza quale sia stata l’effettiva efficacia della campagna vaccinale. Al momento, l’analisi costi-benefici del Ministero della Salute è a sfavore della vaccinazione di massa anche nelle categorie più a rischio” afferma l’epidemiologo Flavio Zucchini.

“L’amplificazione mediatica ha portato a fenomeni d’isteria collettiva in mancanza di una chiara, corretta e diffusa informazione scientifica: si pensi che svariati media locali hanno riportato che la malattia era di origine virale. Da un punto di vista medico esiste una differenza notevole, anche perché la forma virale è assai meno grave, ma da un punto di vista comunicazione la parola “virus” è più evocativa di letalità rispetto a “batterio”, comparendo anche nei titoli di diversi film di buon successo della serie catastrofica.”

La meningite così come viene descritta dai mass-media fa troppa paura, e questo provoca comportamenti emotivi anche da parte delle Istituzioni. La Conferenza Stato-Regioni ha votato per l’innalzamento del numero dei vaccini volontari e gratuiti da 9 a 12, includendo anche quello antimeningococco C, subordinando però il via libera alla verifica della copertura finanziaria.

La decisione non è esente da critiche anche da parte di alcuni pediatri, epidemiologi, e medici che hanno posizioni favorevoli alla pratica delle vaccinazioni di massa. Sono espresse con lucidità nell’articolo sopra citato, che qui riprende.

“In Italia va introdotta la vaccinazione di massa? Possiamo dire no, se intendiamo la vaccinazione preventiva di tutti i soggetti suscettibili. Nel Piano Vaccinazioni 2005-2007 il ministero della Salute indica che la vaccinazione estensiva antieningococco C a tutti i soggetti entro i due anni di vita eviterebbe, qualche tempo dopo la sua introduzione, una ventina di casi all’anno. Sebbene tale pratica sia oggi prevista in Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Francia, Olanda, Canada e Australia, il documento del Ministero indica che in Italia l’analisi costi-benefici è sfavorevole. A sfavore dell’introduzione del vaccino a carico del Sistema Sanitario Nazionale, bisogna ricordare che il vaccino antimeningococco C attualmente disponibile non protegge da altri tipi di meningococco, quindi la copertura sarebbe comunque parziale.”

Dai dati confermati dall’Istituto Superiore di Sanità, si evince che il meningococco B era dalla metà degli anni Novanta ai primi anni del Duemila il maggior responsabile di casi in Italia, e la sua diffusione è stata superata da quella del tipo C solo nel 2004 (e 2005).

L’Oms indica che l’efficacia delle campagne di vaccinazione preventiva di massa non è ancora provata.  Sperimentazioni in Africa hanno evidenziato che la somministrazione di massa del vaccino non ha indotto “immunità di gregge” in percentuale sufficiente. Questo parametro indica la protezione della popolazione: dipende in primo luogo dal numero dei soggetti vaccinati e dalla durata della copertura immunitaria, che non è definitivamente accertata in quanto il nuovo vaccino è stato introdotto solo nel 1999, in Gran Bretagna.

In Paesi dove le epidemie sono frequenti, l’Oms consiglia di vaccinare tutti i distretti colpiti da una fase epidemica e quelli contigui. Se prontamente eseguita una tale pratica evita il 70% dei contagi.

Le attuali raccomandazioni internazionali indicano l’opportunità di tale vaccinazione su larga scala quando l’incidenza è superiore a 10 casi per 100.000 abitanti nell’arco di tre mesi. L’Oms consiglia la vaccinazione per i contatti dei malati; questa deve in ogni caso essere accompagnata dalla chemioprofilassi con antibiotici (rifampicina, minociclina, spiramicina, ciprofloxacina, o ceftriaxone), in quanto il vaccino non induce immunità prima di 10-14 giorni.

Nel caso specifico del cluster epidemico di meningite meningococcica in Veneto i valori d’incidenza sono stati inferiori a quelli indicati dalle linee guida per la vaccinazione di massa della comunità colpita. Le autorità locali hanno però adottato una strategia precauzionale concordata con i dipartimenti e la direzione per la Prevenzione, l’Istituto Superiore di Sanità, il Ministero della Salute, il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) e la speciale task force Goarn (Global outbreak alert and response network). Pur essendo i casi del 2007 inferiori a quelli del 2006, gli aspetti epidemiologici peculiari del cluster epidemico (numero di casi, particolare virulenza del ceppo isolato e localizzazione spaziotemporale) hanno indotto ad offrire la chemioprofilassi antibiotica anche a coloro che hanno avuto contatti episodici con i malati. Inoltre si è proposta la somministrazione volontaria di una dose di vaccino anti-meningoccico C alla sola popolazione giovanile (15-29 anni) dei comuni colpiti.

E’ stata valutata l’opportunità di allargare la campagna vaccinale ad altre aree regionali. A seguito delle considerazioni dell’Oms e del ministero della Salute sopra esposte, non crediamo sia necessaria la vaccinazione preventiva di massa di ampie fette della popolazione in assenza di veri episodi epidemici, anche dopo i fatti recenti del Veneto.

E’ da ricordare che, sempre a Treviso il meningococco B ha infettato un 21enne il 10 marzo 2008, dopo essere stato vaccinato contro il meningococco C il 17 febbraio.

Bisogna raggiungere una percentuale critica di copertura della popolazione per evitare che il batterio possa circolare liberamente nei portatori sani e quindi si estingua, non potendo sopravvivere in ambiente. L’eradicazione non può essere ottenuta con un vaccino che interessi solo uno dei cinque tipi patogeni circolanti. Non si conosce la durata dell’immunità, al momento attuale non sono ancora disponibili prove di una durata superiore a tre anni. Secondo l’OMS alcune campagne di vaccinazione di massa con questo vaccino “hanno avuto efficacia discutibile”.


[1]             Tunkel A, Schilder AG. Acute Meningitis. In: Mandell GL, Douglas RM, Bennet JE, editors. Mandell, Douglas, and Bennett’s Principles and practice of infectious diseases. Sixth Edition ed. Philadelphia: Elsevier; 2005. p. 1083-126.

[2]               Angus DC, Linde-Zwirble WT, Lidicker J, Clermont G, Carcillo J, Pinsky MR.Epidemiology of severe sepsis in the United States: analysis of incidence, outcome, and associated costs of care. Crit Care Med 2001 Jul;29(7):1303-10

Condividi:
Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on Google+Share on Facebook