Non inseguirlo per farlo mangiare.

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Anita, la mamma di Francesca, una ragazza di dodici anni e di Sofia viene in ambulatorio per parlare di alimentazione. Mi dice:
” Dottore, coma svezziamo la bimba? Ha ormai 6 mesi, e vorrei sapere cos’è cambiato in tutti questi anni, è passato tanto tempo…” E’ vero, 12 anni sono tanti e anche le conoscenze sull’alimentazione sono un po’ diverse. Nel fornire le indicazioni che mi sembrano più opportune per Sofia, rifletto sul fatto che alcune proposte sono cambiate, mentre altre sono rimaste immutate. Ho sempre cercato di evitare la “medicalizzazione” dell’alimentazione (come della vita, in tutti i suoi aspetti) proponendo cibi naturali e biologici. Ho imparato a fare a meno di liofilizzati e omogenizzati, preferendo consigliare preparazioni casalinghe rispetto a quelle industriali. Le mie indicazioni non hanno il sapore delle ricette mediche, ma di consigli non vincolanti. Insomma sono indicazioni, non prescrizioni. Cerco di fornire informazioni per sviluppare conoscenze che facilitino il rapporto col cibo, aiutando a capire che momenti importanti della vita quotidiana, come il mangiare non diventi motivo di conflitto e di trattativa fra genitori e figli. Consiglio di non insistere mai perché il bambino mangi. Il bambino non deve mangiare per accontentare i genitori, ma vivere il pasto come un momento positivo e piacevole per sé. Non ho una posizione predefinita, in alcuni casi propongo l’auto-svezzamento, in altri le ricette tradizionali: ogni bambino ha una sua preziosa diversità, ogni famiglia ha stili di vita differenti. Bisogna individuare la situazione migliore caso per caso. E’ indispensabile rendersi conto delle condizioni di vita della famiglia, quali il lavoro dei genitori, se il bimbo è affidato ai nonni o alla baby-sitter, se frequenta l’asilo nido. La regola migliore è che non ci siano troppe regole, e allora si può tranquillamente accettare che la mamma voglia preparare la “solita” pappa. La bussola per il comportamento da seguire in questo periodo delicato è dettata dal buon senso, evitando le sirene della pubblicità industriale e considerando sempre l’unicità del bambino.

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