Le leggi del mercato.

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Una vita senza malattie, o meglio, l’eterna giovinezza, sono da sempre nei nostri sogni. Lo sa bene anche l’industria farmaceutica che sfrutta questi desideri per vendere i suoi prodotti. Così la salute è diventata una merce e come tale è soggetta ai meccanismi economici della domanda e dell’offerta. La domanda è spesso condizionata da un’industria che investe un terzo del suo bilancio complessivo in marketing, il doppio di quello che spende nella ricerca. I colossi farmaceutici destinano ogni anno decine di miliardi di dollari per promuovere medicinali. La pressione si esercita sui medici con offerte di viaggi, inviti a congressi, regali, finanziamenti a società scientifiche e sulla popolazione con pubblicità mascherata da campagne di informazione: avete presente i due fiammiferi che si accendono in tempi differenti, così presenti nei nostri televisori?


Dagli anni ’80 l’industria farmaceutica è il business più redditizio del mondo. I profitti costituiscono in media il 15,5 per cento del fatturato, mentre per gli altri settori la media è del 3,5 per cento sulle vendite. Nessuno vuol negare la validità della medicina moderna. I medicinali che si utilizzano durante e dopo un intervento chirurgico, quelli che consentono di respirare nonostante una crisi asmatica e quelli che correggono i deficit ormonali, come il diabete, tanto per citare alcuni esempi, sono strumenti indispensabili per assicurarci la vita. Quello che è in discussione sono gli interessi economici dell’industria, che finiscono nel determinare le politiche sanitarie, una trasparenza che i governi non sono in grado di esigere, il conflitto di interessi che coinvolge operatori sanitari, classi politiche e associazioni degli utenti, facile preda dei finanziamenti industriali.
Non si spiega altrimenti come la vaccinazione antiinfluenzale, ad esempio, continui a essere raccomandata nonostante le evidenze scientifiche contrarie.

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